Studio multicentrico retrospettivo su >1000 pazienti con PBC trattati con UDCA che avevano risposta “adeguata”. La normalizzazione dell’ALP (“deep response”) è associata a un significativo guadagno di sopravvivenza libera da complicanze, soprattutto nei pazienti più giovani o con fibrosi avanzata, mentre livelli di ALP lievemente elevati mantengono un rischio residuo.
Studio multicentrico del Global PBC Study Group che analizza il valore prognostico di bilirubina e fosfatasi alcalina nella PBC. I risultati mostrano che livelli di bilirubina ≤0,6×ULN e normalizzazione dell’ALP sono associati alla migliore sopravvivenza libera da trapianto, definendo nuovi target terapeutici più stringenti rispetto alla pratica corrente.
Studio clinico su seladelpar nella colangite biliare primitiva che dimostra, oltre all’effetto anticolestatico, un miglioramento significativo del prurito, della sua distribuzione e dei disturbi del sonno correlati, con impatto positivo sulla qualità di vita. I risultati rafforzano il ruolo del farmaco nel controllo dei sintomi oltre che dei parametri biochimici.
Network meta-analisi bayesiana che confronta indirettamente elafibranor e seladelpar come seconda linea nella PBC. Elafibranor mostra una maggiore probabilità di risposta colestatica rispetto a seladelpar e placebo, senza differenze rilevanti negli altri endpoint. I risultati supportano un possibile vantaggio di elafibranor, ma richiedono conferma in studi head-to-head.
Revisione sistematica che analizza il timing della colecistectomia dopo pancreatite acuta biliare severa. I dati evidenziano incertezza sull’ottimale tempistica chirurgica, con potenziali benefici di un approccio precoce in termini di recidive e complicanze, ma necessità di maggiore evidenza. Gli autori sottolineano il bisogno di studi prospettici dedicati.
Analisi post hoc dello studio ELATIVE che valuta elafibranor nella colangite biliare primitiva (PBC). I risultati mostrano che i livelli basali di fosfatasi alcalina influenzano la risposta biochimica al trattamento, con miglioramenti significativi dei parametri epatici e del rischio prognostico. I dati supportano l’efficacia di elafibranor indipendentemente dai livelli iniziali di malattia.
Articolo di sintesi che discute l’approccio terapeutico alle colestasi genetiche in bambini e adulti, con attenzione alla scelta delle terapie mediche disponibili e alla gestione del prurito/colestasi lungo il continuum di età.
Articolo breve in Digestive and Liver Disease che affronta, in modo panoramico, l’“ABC” della genetica nelle malattie colestatiche del fegato, cioè come orientarsi tra indicazioni al test genetico e interpretazione clinica nei quadri colestatici.
Revisione sulla progressive familial intrahepatic cholestasis (PFIC) che descrive basi genetiche, storia naturale e strategie terapeutiche. Evidenzia l’elevata morbilità legata alla colestasi cronica e al prurito, il ruolo delle mutazioni nei trasportatori biliari e i limiti delle opzioni tradizionali, sottolineando la necessità di trattamenti mirati e meno invasivi.
Studio di fase 3 (MARCH-PFIC), multicentrico, randomizzato e controllato con placebo, che valuta maralixibat in pazienti pediatrici con PFIC. Il trattamento ha determinato una significativa riduzione del prurito e degli acidi biliari sierici, con miglioramenti di parametri clinici e profilo di sicurezza generalmente gestibile. I risultati supportano maralixibat come opzione terapeutica non chirurgica.
Studio clinico (ICONIC) randomizzato con fase di sospensione, che valuta maralixibat nella sindrome di Alagille. Il trattamento ha ridotto significativamente il prurito rispetto al placebo e migliorato parametri clinici correlati agli acidi biliari, con buona tollerabilità generale. I dati suggeriscono un beneficio clinico nei pazienti pediatrici con colestasi.
Studio di fase 3 (ASSERT), randomizzato e controllato con placebo, che valuta odevixibat nella sindrome di Alagille. Il trattamento ha migliorato significativamente il prurito e ridotto gli acidi biliari sierici, con un profilo di sicurezza generalmente favorevole. I risultati supportano odevixibat come opzione terapeutica non chirurgica per questi pazienti.
Le linee guida EASL forniscono indicazioni pratiche per la gestione della colangite sclerosante (primaria e secondaria), includendo diagnosi, stratificazione prognostica, sorveglianza delle complicanze e opzioni terapeutiche (farmacologiche, endoscopiche e chirurgiche) in età pediatrica e adulta.
Documento AASLD che fornisce raccomandazioni pratiche per diagnosi, follow-up e trattamento della PSC, includendo la gestione del rischio e l’approccio al colangiocarcinoma.
In questo trial di fase 3, pazienti con PBC e risposta inadeguata o intolleranza a UDCA sono stati randomizzati a seladelpar o placebo. Il trattamento ha determinato una significativa maggiore risposta biochimica (riduzione di ALP e normalizzazione della bilirubina) rispetto al placebo, con miglioramento del prurito e un profilo di sicurezza generalmente favorevole.
Gli autori sviluppano e validano esternamente un “UDCA Response Score” basato su variabili pre-trattamento per predire la risposta biochimica a UDCA a 12 mesi nella PBC (definita come ALP <1,67×ULN). Il modello mostra buona accuratezza predittiva (AUC ~0,83 nella coorte di validazione) e correla con caratteristiche istologiche di danno biliare/fibrosi, proponendosi per anticipare l’identificazione dei non-responder candidabili a terapia di seconda linea.
Revisione sistematica con network meta-analisi confronta le terapie di seconda linea per pazienti con PBC e risposta incompleta o intolleranza a UDCA, includendo studi su obeticholic acid, seladelpar ed elafibranor. Tutti i trattamenti aumentano la probabilità di risposta biochimica, con elafibranor leggermente più efficace nel raggiungerla, mentre seladelpar riduce il rischio di prurito e obeticholic acid è associato a maggior rischio di eventi avversi seri.
Nel trial ELMWOOD (12 settimane), 68 adulti con PSC sono stati randomizzati a elafibranor 80 mg, 120 mg o placebo: elafibranor è risultato ben tollerato e ha ottenuto maggiori miglioramenti biochimici rispetto al placebo, con riduzioni di ALP più marcate (dose-response a favore di 120 mg). I marker di fibrosi (ELF) hanno mostrato tendenza alla stabilizzazione/miglioramento rispetto al placebo.
In questo trial multinazionale di fase 3, pazienti con PBC con risposta inadeguata o intolleranza a UDCA sono stati randomizzati (2:1) a elafibranor 80 mg/die o placebo. Elafibranor ha migliorato in modo significativo gli endpoint biochimici di risposta (in particolare riduzione di ALP e endpoint compositi) rispetto al placebo, con un profilo di sicurezza complessivamente favorevole.
Trial di fase II, doppio cieco (12 settimane) in adulti con PBC con risposta incompleta a UDCA: elafibranor 80 mg o 120 mg vs placebo. Elafibranor ha ridotto significativamente ALP e migliorato endpoint biochimici compositi rispetto al placebo, senza indurre/peggiorare il prurito e con eventi avversi per lo più lievi-moderati.
Documento di pratica clinica AASLD sulla PBC che riassume raccomandazioni per diagnosi, stratificazione del rischio e gestione terapeutica (prima linea con UDCA, opzioni di seconda linea nei non-responder), oltre a monitoraggio e gestione di sintomi/complicanze della malattia nel lungo termine.
Le linee guida EASL sintetizzano le evidenze per una gestione strutturata, personalizzata e a lungo termine della PBC, fornendo criteri diagnostici e raccomandazioni terapeutiche per ottimizzare gli outcome. Il documento include inoltre indicazioni su monitoraggio, stratificazione del rischio e gestione delle complicanze e dei sintomi.
In una coorte internazionale di 1.433 bambini con ALGS (67 centri, 29 Paesi), la native liver survival è risultata ~54% a 10 anni e ~40% a 18 anni; entro 18 anni, ~66% ha avuto almeno un evento epatico maggiore (ipertensione portale clinicamente evidente, trapianto o morte). Un bilirubina totale <5 mg/dL tra 6–12 mesi si associa a migliori outcome e può aiutare la stratificazione prognostica e la valutazione di terapie.
In una grande coorte di bambini con ALGS, livelli più alti di acidi biliari sierici (SBA) si associano a peggiori outcome epatici, mentre SBA più bassi predicono migliore native liver survival ed event-free survival. Pur senza uso di IBAT-inibitori nei pazienti studiati, i risultati supportano l’idea che ridurre gli acidi biliari possa tradursi in benefici clinici rilevanti.
Studio di fase 2 in bambini con colestasi e prurito: odevixibat per os è risultato ben tollerato, ha ridotto gli acidi biliari sierici e ha migliorato in modo documentato prurito e disturbi del sonno. La riduzione del prurito correlava significativamente con la riduzione degli acidi biliari, e sono state esplorate anche associazioni con i livelli di autotaxina.
Review rivolta ai clinici dell’adulto che sintetizza la gestione dell’ALGS dopo la transizione dall’età pediatrica, evidenziando la variabilità fenotipica e la necessità di sorveglianza a lungo termine delle complicanze epatiche ed extraepatiche. Propone un framework diagnostico per sospetto ALGS nell’adulto e discute aspetti chiave nella valutazione di eleggibilità al trapianto di fegato e nelle opzioni terapeutiche per la colestasi/prurito.
La review sintetizza come le varianti genetiche responsabili di PFIC in età pediatrica possano associarsi anche a forme di colestasi a esordio più tardivo o in età adulta, con fenotipi differenti. Discute manifestazioni cliniche, rischio di complicanze (incluso tumore epatico in alcuni sottotipi), e il ruolo crescente di terapie mirate che riducono il riassorbimento degli acidi biliari (es. IBAT-inibitori).
In una coorte multicentrica di 130 pazienti con deficit di FIC1 (ATP8B1), la sopravvivenza con fegato nativo è risultata <50% a 18 anni e non è stata associata al numero di mutazioni tronche previste. Gli acidi biliari sierici all’esordio si correlavano negativamente con la sopravvivenza; la derivazione biliare chirurgica riduceva gli acidi biliari e tendeva ad associarsi a migliore outcome, soprattutto se i valori post-intervento scendevano sotto soglie più basse.
In una coorte retrospettiva multicentrica di 264 pazienti con deficit severo di BSEP (ABCB11), la gravità del genotipo si associa fortemente alla sopravvivenza con fegato nativo e al rischio di epatocarcinoma (molto più alto nei genotipi più severi). La derivazione biliare chirurgica migliora la sopravvivenza in alcuni sottogruppi e la risposta precoce degli acidi biliari dopo l’intervento predice l’outcome a lungo termine.
Questa review affronta le principali sfide diagnostiche e terapeutiche delle colestasi genetiche nell’adulto, distinguendo tra colestasi primaria e colangiopatie, e proponendo un percorso diagnostico che include analisi genetica e istologia quando l’eziologia rimane incerta. Viene inoltre discusso il ruolo emergente delle terapie che interrompono la circolazione enteroepatica degli acidi biliari, così come l’importanza di un approccio multidisciplinare per la gestione clinica.
Il lavoro riporta i risultati preliminari di uno studio open-label, single-arm su odevixibat in pazienti con PFIC, valutandone efficacia e sicurezza nella pratica clinica durante il follow-up in corso. In sintesi, vengono descritti miglioramenti clinico-biochimici compatibili con l’effetto dell’inibizione del riassorbimento ileale degli acidi biliari e il profilo di tollerabilità nel campione osservato.
In 62 bambini con PFIC1/2, odevixibat (40 o 120 μg/kg/die) ha aumentato significativamente le risposte sul prurito e ottenuto una risposta su acidi biliari sierici rispetto al placebo a 24 settimane; gli eventi avversi più frequenti includevano diarrea/evacuazioni frequenti. Nel complesso, il farmaco è risultato generalmente ben tollerato e rappresenta un’opzione farmacologica per interrompere la circolazione enteroepatica degli acidi biliari.
Position paper SIGENP che, tramite revisione sistematica e metodo GRADE, definisce un percorso diagnostico evidence-based per la colestasi nel primo anno di vita, enfatizzando riconoscimento tempestivo e identificazione eziologica per migliorare gli outcome. Le raccomandazioni sono state approvate da un panel di esperti con soglia di accordo ≥75%.
Gli autori descrivono 3 bambini con colestasi progressiva e prurito refrattario trattati con odevixibat come terapia aggiuntiva. Due casi (AKR1D1 e ABCB4) hanno avuto un miglioramento marcato di acidi biliari sierici e prurito; il terzo (PKHD1/PKHD2) ha avuto beneficio limitato, verosimilmente per malattia più severa, senza effetti collaterali rilevanti.
Questo opinion paper fornisce raccomandazioni pratiche per la diagnosi, classificazione genetica e gestione terapeutica del PFIC pediatrica, integrando evidenze recenti e consenso di esperti. Vengono discussi approcci diagnostici molecolari, monitoraggio clinico e opzioni terapeutiche, inclusi trattamenti medici e indicazioni al trapianto epatico, con l’obiettivo di standardizzare la gestione di questa rara colestasi genetica.
Le linee guida di pratica clinica della European Association for the Study of the Liver (EASL) forniscono raccomandazioni evidence-based per la diagnosi, gestione e trattamento delle malattie colestatiche epatiche genetiche, affrontando test genetici, approcci diagnostici, trattamento del prurito e raccomandazioni per clinici che seguono pazienti con colestasi ereditarie sia pediatriche che adulte.
Studio prospettico multicentrico su 24 bambini con PFIC trattati con odevixibat (40 µg/kg/die, con possibile escalation a 120): a 6 mesi gli acidi biliari sierici sono diminuiti marcatamente e il prurito è migliorato, con ~75% responder biochimici e ~73% responder clinici. Non sono stati riportati eventi avversi gravi e alcuni pazienti hanno richiesto aumento di dose per ottimizzare la risposta.
Si tratta di una lettera di risposta/commento relativa a un articolo su PFIC 7 trattato con odevixibat, in cui si discute del miglioramento del prurito e di parametri biochimici osservati con l’inibitore del trasportatore ileale degli acidi biliari.
Serie di 6 pazienti con colestasi intraepatica episodica da mutazioni bialleliche di ATP8B1 trattati con odevixibat (per lo più durante una recidiva): la maggior parte ha avuto miglioramento clinico (prurito/QoL) e in alcuni una rapida riduzione degli acidi biliari. Il trattamento non è risultato preventivo rispetto a futuri episodi colestatici.
In una serie di casi pediatrici con PFIC-4 (mutazioni in TJP2), l’inibitore del trasportatore ileale degli acidi biliari odevixibat ha determinato significative riduzioni dei livelli di acidi biliari e del prurito, con miglioramento clinico complessivo. I risultati supportano l’efficacia e la sicurezza di odevixibat come terapia sintomatica nelle colestasi genetiche da TJP2.
Esperienza clinica su soggetti con PFIC 7 trattati con odevixibat, riportando alleviamento del prurito e risposta biochimica favorevole. I risultati suggeriscono che l’inibizione del trasportatore ileale degli acidi biliari può migliorare sintomi e profilo biochimico anche in questo sottotipo raro di PFIC.
Una donna di 36 anni con storia di colestasi (inclusa colestasi intraepatica in gravidanza e successivo ittero colestatico severo) presenta un profilo anomalo alla elettroforesi capillare compatibile con bisalbuminemia acquisita. Gli autori dimostrano che l’anomalia è dovuta a un complesso albumina–acidi biliari, rilevabile in CE ma non in gel; dopo trattamento con odevixibat e riduzione degli acidi biliari, il reperto scompare.
©Accademia Nazionale di Medicina - Tutti i diritti riservati | Webmaster | Privacy policy
Realizzato da